La Serbia ha da sempre occupato, nell’immaginario collettivo, un ruolo centrale nei Balcani occidentali, nel bene e nel male. D’altronde, Belgrado è stata la capitale dell’intera Jugoslavia prima di diventare quella serba, e il fatto che in seguito disfacimento del Paese – per tanti anni sotto il controllo del maresciallo Tito – la Serbia non abbia accettato l’eredità di quella stagione, confermando presidente Slobodan Milošević, ha senz’altro conservato questa narrazione.

Oggi come allora, pare che la Serbia sembri riluttante a confrontarsi con le sfide che l’attualità le impone. Il progressivo indebolimento dell’ordine internazionale, il cui momento di rottura più evidente è stata l’invasione russa su larga scala in Ucraina nel 2022, ha aperto nuovi scenari per il Paese balcanico. Dopo anni di nulla, con l’Unione europea assorbita dalle proprie crisi interne, Bruxelles ha ripreso l’impegno sul tema allargamento.

Il lungo disinteresse europeo è difficilmente contestabile, e oggi sembra presentare il conto: un coinvolgimento politico più incisivo negli anni passati avrebbe potuto produrre un panorama serbo diverso da quello attuale, segnato da un progressivo arretramento sul piano della democrazia e dei diritti.

Ciò detto, non si può sostenere che l’Unione europea sia rimasta del tutto inattiva. La Serbia ha presentato domanda di adesione nel 2009, seguendo il percorso avviato l’anno precedente dal vicino Montenegro, e da allora ha tratto significativi benefici economici dal rapporto con Bruxelles, divenuta il principale finanziatore estero per lo sviluppo del Paese, con investimenti complessivi superiori ai 20 miliardi di euro. Per contro, l’altro attore spesso associato a Belgrado, la Russia, ha investito in Serbia, negli ultimi dieci anni, tra i 3 e i 4 miliardi di euro.

La Serbia di Vučić

La storia del rapporto tra Serbia e Unione europea si lega indissolubilmente alla figura di Aleksandar Vučić. Sul finire degli anni ’90, quando ancora faceva parte dell’ultranazionalista Partito Radicale Serbo (SRS), Vučić ricoprì la carica di ministro dell’Informazione, e promosse una serie di leggi volte a sanzionare fino alla chiusura qualunque media si opponesse al governo che gli costò l’ingresso nella black list di accesso all’Unione europea.

Al termine del regime di Milošević, Vučić si trovò all’opposizione, e con SRS impostò una linea estremamente sovranista, contraria a qualunque giustizia internazionale e – naturalmente – all’Unione europea. Si trattò in realtà del periodo in cui la Serbia appariva più orientata verso occidente, ma l’assassinio del primo ministro Zoran Đinđić nel 2003 ribaltò le carte in tavola, con SRS che vinse le due tornate elettorali successive.

La svolta di Vučić avvenne nel 2008, quando fondò il Partito Progressista Serbo (SNS) e si mostrò come moderato. Fu allora che rinnegò il suo passato e non si oppose alla candidatura della Serbia all’Unione europea. Da lì, iniziò una scalata che lo portò a ricoprire prima il ruolo di vice primo ministro, poi di primo ministro e, dal 2017, di presidente della Repubblica serba. Forte di un rapporto di amicizia e stima con Angela Merkel, per molti anni cancelliera tedesca, Vučić portò la Serbia all’apertura di 22 dei 34 capitoli negoziali e ne aprì un 35esimo, fondamentale per l’Unione europea: la pacificazione tra Serbia e Kosovo.

Con la promessa della risoluzione delle controversie con Pristina e la suggestione di riconoscere la sua autodeterminazione, sembrava veramente che il Paese potesse entrare nel blocco europeo. Intanto però la quasi totalità delle televisioni e dei media serbi, controllati dal governo, iniziarono a diffondere disinformazione sull’Unione europea, e non richiedendo – diversamente a Bruxelles – impegni in cambio di sussidi economici, la Russia sembrò diventare il partner preferito di Vučić.

“Non esiste uno Stato di diritto”

“Il governo serbo considera l’Unione europea un portafoglio, ogni riforma raccontata come funzionale all’integrazione è solo una maschera”, afferma Uroš Jovanović della ONG Građanske Inicijative a Focus Europe. “Le leggi non vengono mai messe in pratica e non ci sono istituzioni neutrali a cui fare riferimento per farlo notare”.

“Dovrebbero essere le istituzioni europee a notare questa contraddizione”, prosegue Jovanović, “ma non accade. I cittadini sono profondamente delusi e non percepiscono alcun sostegno da Bruxelles sul terreno dei diritti fondamentali, anche alla luce delle risposte caute e diplomatiche alle proteste”.

Da novembre del 2024, gli studenti serbi hanno iniziato delle forti contestazioni nei confronti del governo, non potendo più tollerare la corruzione del Paese che ha portato al crollo di una tettoia nella stazione di Novi Sad che ha ucciso 16 persone. Tali proteste sono state violentemente represse dalla polizia, che ha arrestato numerosi giovani e ha persino fatto irruzione nell’Università di Belgrado.

Il governo ha sostenuto senza riserve l’operato delle forze dell’ordine, reagendo a ogni nuova forma di protesta con ulteriori misure restrittive. Emblematico è il caso del parco pubblico di fronte al Parlamento, da sempre luogo simbolico di mobilitazione, reso inaccessibile l’anno scorso e tuttora circondato da transenne, con ingressi sorvegliati giorno e notte dalla polizia.

“Quel parco è simbolo dell’autocrazia di Vučić”, dichiara a Focus Europe l’ex diplomatico Duško Lopandić, “non solo per l’intervento statale su una competenza comunale, ma perché un luogo pubblico richiede ormai una sorta di lasciapassare per essere vissuto”.

Di fronte a simili violazioni, una parte crescente della società serba si attende una presa di posizione più netta da parte dell’Unione europea. “Perlomeno un taglio dei fondi”, dice ancora Jovanović, “invece, eccezion fatta per il Parlamento europeo che ha condannato le repressioni, non abbiamo visto nulla. Per i cittadini risulta difficile credere nella Commissione quando la presidente von der Leyen si riferisce a Vučić come il caro amico Aleksandar“.

Ciò che più preoccupa Jovanović, come tanti giovani oggi in Serbia è che “non esiste uno Stato di diritto. Non ha senso mettere in discussione qualunque violazione perché nessuno intende porvi rimedio, nemmeno i giudici”.

“Ero a una delle proteste, un blocco stradale”, racconta, “e sono stato ingiustamente accusato di aver opposto resistenza a pubblico ufficiale quando un poliziotto mi ha detto di spostarmi. Ora devo andare in tribunale ogni due mesi a difendermi. Di casi come il mio ce ne sono a migliaia in Serbia oggi”.

Le istituzioni serbe, prosegue Jovanović, “non hanno neanche bisogno di promuovere nuove leggi, sfruttano a proprio piacimento quelle che già ci sono. Ad esempio, è illegale promuovere il ritorno a una dittatura, ecco, se scendi in piazza e reclami un cambio di regime senza specificare il come, puoi venire accusato di essere in violazione di tale legge”.

Secondo quanto aggiunge Lopandić, la situazione dieci anni fa era molto diversa. Certamente la Serbia non sembrava ancora pronta ad aderire all’Unione europea, ma la volontà traspariva. “Negli ultimi dieci anni, la condizione della Serbia è peggiorata parecchio, specialmente in fatto di corruzione e di tutela dei diritti. Sulla risoluzione delle controversie con il Kosovo poi, non si è mai passati dalle parole ai fatti”.

Verso le prossime elezioni

Le prossime elezioni parlamentari, previste per il 2027, restano un’incognita. Gli schieramenti non sono ancora definiti, ma emerge una forte volontà, da parte del movimento studentesco, di presentarsi autonomamente. Una prospettiva che suscita scetticismo tra i partiti di opposizione a Vučić, convinti che una compagine così eterogenea faticherebbe a esprimere una linea politica coerente. “Fa parte della grande partita a scacchi tra il presidente e gli studenti”, dichiara ancora Jovanović, “per ogni mossa, una contromossa”.

“Un loro governo potrebbe durare circa sei mesi”, predice Lopandić, “ma sarebbe sufficiente per iniziare a ricostruire il Paese”. L’ex diplomatico immagina che non gli studenti prenderebbero posizioni sull’Unione europea, che comunque troverebbe un terreno favorevole per tornare a raccogliere consenso. “Sono altri gli aspetti di cui gli studenti vorrebbero occuparsi, a partire dal contrasto alla corruzione e dai salari troppo bassi”.

Se vinceranno comunque, è tutto da vedere. “I nazionalisti si intromettono in ogni elezione, anche in quelle universitarie, come è accaduto poco tempo fa a Belgrado. Inoltre, il governo dispone dei media, li controlla e li usa per la propria propaganda, chiudendoli all’opposizione”. Ecco perché, secondo Lopandić, “per cambiare rotta servono media liberi e la fine della propaganda, che è in realtà il principale ostacolo a una percezione più favorevole dell’Unione europea”.

La protesta europea

Di recente, una manifestazione organizzata dai giovani federalisti della JEF Serbia e della JEF Europe ha attirato l’attenzione della stampa indipendente. Sfilando nel centro di Belgrado – lungo la strada Čika-Ljubina – con bandiere serbe ed europee, i partecipanti hanno raccolto un consenso diffuso tra i passanti, inclusi gli atleti appena giunti al termine della maratona cittadina.

Le voci critiche, dal vivo, sono state poche. Segno che, nonostante tutto, l’Unione europea continua a rappresentare per una parte significativa della popolazione un simbolo di libertà e democrazia.

Diversa, invece, la reazione sui social. I profili delle organizzazioni sono stati sommersi da commenti ostili, molti dei quali provenienti dall’estero, in particolare dalla Russia. Un fenomeno che lascia ipotizzare l’impiego di bot, in linea con le ormai note strategie di influenza riconducibili al Cremlino.

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